PROTOCOLLO COIMBRA

Il protocollo “Coimbra” trova la sua specificità nelle malattie autoimmuni e neurodegenerative del sistema nervoso centrale.

VITAMINA D E MALATTIE AUTOIMMUNI

Numerose evidenze attestano l’efficacia della vitamina D nel trattamento e nella regressione delle malattie autoimmuni.

Ad ognuno la propria "dose" di salute

VITAMINA D E INDICE DI RISPOSTA PERSONALE

Vitamina D: sintesi, funzioni e risposta individuale

Il colecalciferolo, correttamente denominato vitamina D3, viene prodotto principalmente a livello cutaneo. L’esposizione ai raggi ultravioletti B trasforma il 7-deidrocolesterolo presente nella pelle in previtamina D3, successivamente convertita in colecalciferolo. Dal punto di vista biologico, la vitamina D3 può essere considerata un precursore ormonale, poiché deve essere trasformata prima in 25-idrossivitamina D e successivamente nella forma attiva, il calcitriolo.

La capacità di sintesi cutanea varia considerevolmente tra le persone ed è influenzata dalla stagione, dalla latitudine, dall’orario di esposizione, dall’età, dalla pigmentazione della pelle, dalla superficie corporea esposta e dalle abitudini di vita. Trascorrere molto tempo in ambienti chiusi, utilizzare indumenti molto coprenti e limitare l’esposizione solare può quindi ridurre la produzione endogena di vitamina D.

Una carenza significativa e prolungata può compromettere l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo e alterare la mineralizzazione dello scheletro. Le manifestazioni classiche sono il rachitismo nel bambino e l’osteomalacia nell’adulto, ai quali possono associarsi debolezza muscolare, dolori ossei e maggiore rischio di cadute nei soggetti fragili.

Oltre al ruolo fondamentale nell’omeostasi calcio-fosforo e nella salute muscolo-scheletrica, il sistema endocrino della vitamina D partecipa alla regolazione dell’espressione genica, della proliferazione cellulare e della risposta immunitaria. Il calcitriolo esercita gran parte dei suoi effetti legandosi al recettore della vitamina D, VDR, presente in numerosi tessuti e cellule dell’organismo.

Bassi livelli di 25-idrossivitamina D sono stati frequentemente associati, negli studi epidemiologici, a un aumento del rischio di infezioni, malattie autoimmuni, patologie cardiovascolari, diabete e alcuni tumori. È tuttavia necessario distinguere un’associazione statistica da un rapporto di causalità: i grandi studi clinici di supplementazione non hanno dimostrato benefici preventivi uniformi per tutte queste patologie e in tutte le popolazioni.

Lo stato vitaminico viene valutato misurando nel sangue la 25-idrossivitamina D [25(OH)D]. In passato una concentrazione pari o superiore a 30 ng/mL è stata spesso proposta come obiettivo di sufficienza; attualmente, tuttavia, non esiste una soglia universale valida per ogni persona e per tutti gli effetti extra-scheletrici. Le linee guida più recenti sottolineano che il valore desiderabile deve essere interpretato in relazione all’età, alle condizioni cliniche, alla salute ossea e ai fattori individuali di rischio.

Per mantenere un adeguato stato vitaminico possono contribuire l’esposizione solare, l’alimentazione e, quando indicata, la supplementazione. La risposta a una stessa dose di vitamina D può però variare considerevolmente in funzione del peso corporeo, della massa adiposa, dell’assorbimento intestinale, delle caratteristiche genetiche, delle condizioni epatiche e renali e delle terapie farmacologiche assunte. In particolare, nei soggetti con sovrappeso o obesità l’aumento della 25(OH)D dopo supplementazione tende spesso a essere più contenuto.

Alcuni studi hanno introdotto il concetto di indice personale di risposta alla vitamina D, distinguendo gli individui in soggetti ad alta, media o bassa risposta molecolare. A parità di incremento della 25(OH)D, infatti, possono essere osservate differenze nell’attivazione dei geni regolati dal VDR e in altri indicatori molecolari. Un soggetto a bassa risposta potrebbe quindi richiedere un’esposizione maggiore rispetto a un soggetto ad alta risposta per ottenere effetti molecolari confrontabili.

Questo indice rappresenta un’interessante prospettiva di medicina personalizzata, ma non è ancora un esame standardizzato e disponibile nella comune pratica clinica. Attualmente il dosaggio della vitamina D deve essere personalizzato integrando la concentrazione di 25(OH)D con il quadro clinico, il peso corporeo, il metabolismo calcio-fosforo, la funzione renale, il PTH, le eventuali patologie associate e la risposta individuale al trattamento.

La vitamina D non può quindi essere considerata soltanto un nutriente: fa parte di un vero e proprio sistema endocrino, complesso e variabile da individuo a individuo. Per questo motivo la supplementazione, soprattutto quando vengono utilizzati dosaggi elevati, deve essere definita e monitorata dal medico.

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